Sul supplemento della domenica de Il Sole 24 Ore del 22 luglio sono apparsi due articoli che rivestono un grande interesse.
Il primo di essi si intitola Se il cervello si proietta sulla tela ed è stato scritto da Anna Li Vigni.
In esso si parla di estetica e neuroscienze e si fa riferimento a una raccolta di scritti a cura di Lucignani e Pinotti che porta il titolo Immagini della mente. Neuroscienze, arte, filosofia edito da Cortina.
L'autrice dell'articolo cita il fondatore dell'Istituto Londinese di Neuroestetica, Semir Zeki, il quale sostiene come gli artisti sarebbero dei neuroscienziati sui generis, capaci di interrogare il cervello umano con tecniche tutte loro.
"V'è ancora - scrive Li Vigni - una forte resistenza all'idea che un evento spirituale come l'arte sia da ricondursi a matrici biologiche (...) Recenti applicazioni di tecnologie avanzate di brain imaging (ad esempio, la risonanza magnetica funzionale o la PET, n.d.r.) hanno permesso di visualizzare quali zone del nostro cervello si attivano durante la fruizione o la creazione di un'opera d'arte".
Esempio tipico sono le pitture (brain painting) di Jackson Pollock che non potrebbero essere godute se ci si sforzasse di comprenderne intellettualmente il senso, mentre il nostro cervello visivo ne è catturato poichè (secondo Maffei, uno degli autori del volume citato) nell'apparente disordine della tela esso riconosce una riproduzione dei processi della propria memoria motoria.
Anche l'empatia, per esempio, trova (o troverebbe, n.d.r.) origine dall'azione dei neuroni mirror che stanno alla base di un meccanismo che ci permette di imitare istintivamente, o anche solo di comprendere, le azioni degli altri, senza imitarle.
Lo stesso meccanismo di specchio sarebbe alla base delle emozioni primarie che suscitano in noi talune immagini.
La neuroestetica, disciplina giovane, ci dice quindi come reagisce il nostro cervello di fronte all'arte e di fronte al bello.
Sempre nella stessa pagina de Il Sole 24 Ore, appare un altro articolo, di Roberto Casati, in cui viene presentato il volume di Paola Bressan intitolato Il colore della luna. Come vediamo e perchè edito da Laterza. Qui si parla del rapporto tra neuroscienze e psicologia della percezione visiva.
Perchè siamo affascinati dall'immagine di una donna con le pupille più dilatate rispetto a una dalle pupille molto piccole? Perchè per il dongiovanni avviene il contrario? Perchè vediamo la luna bianca mentre è grigia? Perchè, se le avviciniamo un oggetto bianco, la vediamo finalmente grigia?
Ci troviamo, qui, nell'ambito della cosiddetta psicologia evoluzionistica che segue il seguente metodo: si formula un'ipotesi sufficientemente ragionevole sull'ambiente adattivo e, a partire da questa, si fa un'ipotesi su una caratteristica cognitiva cui non si era pensato finora (es. il dongiovanni ha una visione binoculare, come i predatori, come l'ex predatore che è il cane, e non è interessato alle pupille dilatate che esprimono interesse verso di lui mentre egli semplicemente massimizza le sue possibilità riproduttive senza cercare legami stabili).
E' la conferma di questa caratteristica a costituire una convalida del processo.
Il paradigma emerge perchè ormai queste spiegazioni sono molte e articolate e perchè si incomincia a intravvedere, a medio termine, una promettente unificazione tra psicologia e biologia.
Si tratta di una fase di grande interesse, confermata dagli sviluppi delle neuroscienze che nel corso di questi anni hanno dimostrato sperimentalmente come le emozioni, i sentimenti e le reazioni degli individui si formano attraverso precise attività compiute dal cervello, attraverso l'entrata in funzione o l'inibizione di talune parti del cervello stesso.
Questa evoluzione nella ricerca riporta, da una parte, all'interno fisico dell'individuo la funzione attiva da lui svolta in relazione a emozioni, sentimenti, reazioni.
Dall'altra parte, riapre il discorso sulla mente e sulla coscienza come agenti di consapevolezza del proprio essere esistente (in tutti i sensi del verbo esistere): quello che Dennet definisce: whatisitliketobe.
Da un'altra parte ancora, sembrerebbe fornire una visione biologica dell'inconscio intendendo, con questa definizione, che l'inconscio è nient'altro che l'attività del cervello di fronte a stimoli di vario genere che determinano il generarsi di emozioni, sentimenti, reazioni, ecc.
Se queste ricerche si svilupperanno (come sembra) e con successo, producendo risultati eclatanti come quelli finora ottenuti, pare interessante notare come la biologizzazione della psicologia finisca per andare a negare funzione e validità alle psicoterapie.
Riportando, in luce, di fatto la funzione della filosofia (filosofia morale, etica, pratiche filosofiche). Queste ultime avranno sempre più spazio per intervenire sulla coscienza, in quanto consapevolezza della condizione di esistente e, quindi per lavorare in quel campo che le psicoterapie hanno cancellato pretendendo di ridurlo a una subordinata dell'inconscio che esse sole sono in grado di analizzare e muovere.
23 luglio 2007
24 maggio 2007
Riflessione sulla consulenza filosofica
La consulenza filosofica è, a mio parere, la capacità (o, meglio, il tentativo capace) di far sì che l'individuo (il consultante) possa re-impossessarsi del senso della propria esistenza in generale o del proprio esistere particolare, intervenendo egli stesso sui propri problemi e disagi. Ciò, senza dover più derogare ad altri le forme eterodirette di intervento sui problemi e disagi stessi.
L'autodirezionalità dell'individuo con se stesso e con la propria condizione esistenziale è la vera cura.
La consulenza filosofica non è dunque un prendersi cura ma una sorta di formazione interattiva al prendersi cura di sè.
In tal senso si può parlare di metodo/non-metodo filosofico e di dialogo filosofico non come una relazione empatica ma come la creazione di uno spazio logico di interlocuzione tra consulente e consultante.
Elemento fondamentale di questa che ho, in fase puramente preliminare, definito formazione interattiva è il prendere coscienza dell'altro-da-sè da parte del sè. Tale atto richiede l'emersione del senso della coscienza, dell'autoconsapevolezza della coscienza.
L'autodirezionalità dell'individuo con se stesso e con la propria condizione esistenziale è la vera cura.
La consulenza filosofica non è dunque un prendersi cura ma una sorta di formazione interattiva al prendersi cura di sè.
In tal senso si può parlare di metodo/non-metodo filosofico e di dialogo filosofico non come una relazione empatica ma come la creazione di uno spazio logico di interlocuzione tra consulente e consultante.
Elemento fondamentale di questa che ho, in fase puramente preliminare, definito formazione interattiva è il prendere coscienza dell'altro-da-sè da parte del sè. Tale atto richiede l'emersione del senso della coscienza, dell'autoconsapevolezza della coscienza.
20 gennaio 2007
Postfazione a "La filosofia di Jean Lacroix" (2006)
Viviamo in un'epoca narcisista, dove vige la proibizione della sofferenza, delle sensazioni, dell'autocontrollo. Dove l'insensibilità verso lo spirito si esprime al meglio attraverso il super-uso di antidepressivi, attraverso la narcomania medica.
Così Meletis Meletiadis esprime la sua visione del mondo contemporaneo.
Il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, insieme a Gérard Schmit, scrive nel mirabile "L'epoca delle passioni tristi",
... non interessa affatto cercare di comprendere il messaggio o la difficoltà esistenziale che si nascondono dietro al sintomo o in un comportamento, perchè quel che conta è diventare un lupo performante, dominare tutto, comprese le proprie pulsioni, non nel senso proposto dagli ideali di saggezza di molte filosofie, ma per canalizzarle ai fini di una vita produttiva e utilitarista.
Visioni, queste, che, condividendole, esprimo attraverso il concetto di oscillazione dalla progettualità del sè alla dittatura dell'altro-da-sè.
È con questa consapevolezza che ho ripreso il lavoro di un filosofo personalista come Jean Lacroix per ritornare sul tema del soggetto, del suo rapporto con l'essere-nel-mondo che lo caratterizza e con i sistemi fondativi del suo stesso essere-nel-mondo.
Per fare ciò è, a mio parere, necessario riconsiderare il rapporto tra soggetto e fenomeno proprio dell'esistenzialismo e l'opposizione a questa relazione operata dal personalismo (principalmente proprio da quello di Lacroix) per provare a trovare una ricetta positiva che restituisca maturità al rapporto tra soggetto e realtà.
Da una parte, infatti, troviamo l'approccio fenomenologico dell'esistenzialismo per il quale il soggetto è fenomeno, è essere-gettato-nel-mondo e, in quanto tale, acquisisce il senso che l'altro-da-sè gli attribuisce.
Dall'altra parte troviamo l'approccio personalista di Lacroix per il quale il soggetto è persona in quanto dotato di progettualità e il cui agire esige la fede.
Non in mezzo ma oltre queste due visioni situo la mia proposta secondo la quale il soggetto deve sapersi liberare dalla sua fenomenicità per riqualificarsi come progettualità.
La liberazione dalla fenomenicità non avviene, però, sfuggendola ma, al contrario, riconquistandola in quanto tale.
Confrontandosi, in altri termini, con l'altro-da-sè senza perdersi nell'altro-da-sè e considerando ciò che del sè è altro-da-sè.
Solo il confronto consente, a mio parere, la ricostruzione (o costruzione) progettuale, riportando il soggetto alla soggettività e difendendolo da una oggettività invasiva e invadente.
Riportandolo alla condizione di un io che si afferma come sè.
In questo percorso non si può sfuggire al rischio dell'insuccesso che perde la sua valenza rischiosa e angosciante per diventare un'opportunità.
Una sorta di specchio, di bocca della verità, di alter ego critico.
L'insuccesso è proprio dell'uomo autentico, della persona che
indica ognuno di noi come essere multiplo, intessuto di molteplicità e che accetta il fatto di non conoscere i propri limiti e la propria molteplicità.
Uomo autentico che giustifica la consapevolezza della propria continua evoluzione.
Ma non c'è consapevolezza senza critica e, in positivo, c'è consapevolezza laddove c'è sincerità.
Dove c'è consapevolezza e sincerità c'è autenticità che, in quanto caratteristica esistenziale determinantesi dall'agire dei due primi elementi, si esperisce nel movimento di presa di coscienza di sè come slancio.
L'insuccesso, dunque, lo interpreto come riscontro alla sincerità; come accadimento dell'agire legato alla capacità di affrontare.
È questa la problematica esistenziale fondamentale per l'uomo contemporaneo privato degli strumenti per affrontare una vita autentica.
Privato, cioè, della sincerità e della consapevolezza.
Per Lacroix, l'insuccesso è una sorta di non-essere all'interno del volere.
Attraverso l'insuccesso si può giungere alla (o ci si può porre nel cammino verso la) verità come identità di intenzione e atto, di idea ed esistenza.
Lacroix interpreta la tematica dell'insuccesso secondo la doppia chiave di lettura psicologica e filosofica. Se volessimo schematizzare questi percorsi, potremmo dire che, dal punto di vista psicologico, l'insuccesso è al centro dell'esistenza e predispone alla consapevolezza della continua evoluzione della persona che vuole giungere alla sincerità come identità di essere e sembrare.
Dal punto di vista filosofico, l'insuccesso è al centro della riflessione che si esprime in una filosofia dei limiti, in un continuo sforzo di conoscenza che porta alla verità come identità di intenzione e atto.
L'insuccesso è obiezione radicale a ogni filosofia concepita come sapere assoluto; è filosofia dei limiti.
La filosofia, quindi, come filosofia della verità, si esprime nella definizione dei gradi del reale e nella distinzione/separazione tra pseudo-reale e reale autentico.
Come condizione di sviluppo verso l'autenticità.
Ma se l'insuccesso è proprio dell'uomo autentico e, in quanto obiezione radicale a ogni filosofia come sapere assoluto, è condizione di consapevolezza, allora il dubbio è il motore che spinge l'obiezione radicale.
Il dubbio è lo sforzo di separare il giudizio dal suo contenuto, il soggetto dall'oggetto, in maniera tale che il soggetto possa distinguersi dall'oggetto invece di aderirgli e fare tutt'uno con esso.
Il dubbio, come separazione di soggetto e oggetto, determina la coscienza del proprio esistere.
Prima del dubitare si vive nel campo delle apparenze, della vertigine, della malafede.
La domanda, a questo punto, è se una visione fenomenologica dell'esistente possa avere anche minimamente a che fare col dubbio.
O se, al contrario, il dubbio sia condizione e carattere primario dell'essere progettuale, della persona.
Persona che, nel qualificare se stessa, prende atto della coscienza, della consapevolezza come percorso e condizione di autenticità.
Al contrario dell'abbandono che, come inconsapevole altro-da-sè, si caratterizza come malafede e volontà di oblio.
L'inconscio è un po' come l'ideologia intesa come rifiuto della coscienza, la quale si può sviluppare solo attraverso la conoscenza.
Una forma particolare di conoscenza: la riflessione progressivamente intuitiva.
Dice Romano Màdera in "Che cos'è l'analisi biografica a orientamento filosofico?",
quanto più si fa petulante l'ideologia collettiva che richiede rischio, mobilità e tragicomiche rivoluzioni permanenti della personalità, tanto più tutti sprofondano in una impotenza ansiogena.
Se, quindi, l'insuccesso è una costante e fondamentale presenza nell'esistente come progetto, lo scacco è quello stato di impotenza ansiogena che invade l'esistente come fenomeno.
In questo senso, l'analisi dell'inconscio, volendo guarire il disagio, opera sul fenomeno, sul sintomo, senza comprendere (o senza voler comprendere) la ragione fondante del disagio ma restando, al contrario, legata alla ragione scatenante.
Chiudo queste riflessioni ancora con Màdera:
Bisognerà saper essere nel mondo senza appartenere a questo mondo. Una filosofia seria dovrebbe avere queste caratteristiche nel suo codice genetico e dovrebbe resistere alla modificazione funzionale del suo codice genetico.
Così Meletis Meletiadis esprime la sua visione del mondo contemporaneo.
Il filosofo e psicanalista Miguel Benasayag, insieme a Gérard Schmit, scrive nel mirabile "L'epoca delle passioni tristi",
... non interessa affatto cercare di comprendere il messaggio o la difficoltà esistenziale che si nascondono dietro al sintomo o in un comportamento, perchè quel che conta è diventare un lupo performante, dominare tutto, comprese le proprie pulsioni, non nel senso proposto dagli ideali di saggezza di molte filosofie, ma per canalizzarle ai fini di una vita produttiva e utilitarista.
Visioni, queste, che, condividendole, esprimo attraverso il concetto di oscillazione dalla progettualità del sè alla dittatura dell'altro-da-sè.
È con questa consapevolezza che ho ripreso il lavoro di un filosofo personalista come Jean Lacroix per ritornare sul tema del soggetto, del suo rapporto con l'essere-nel-mondo che lo caratterizza e con i sistemi fondativi del suo stesso essere-nel-mondo.
Per fare ciò è, a mio parere, necessario riconsiderare il rapporto tra soggetto e fenomeno proprio dell'esistenzialismo e l'opposizione a questa relazione operata dal personalismo (principalmente proprio da quello di Lacroix) per provare a trovare una ricetta positiva che restituisca maturità al rapporto tra soggetto e realtà.
Da una parte, infatti, troviamo l'approccio fenomenologico dell'esistenzialismo per il quale il soggetto è fenomeno, è essere-gettato-nel-mondo e, in quanto tale, acquisisce il senso che l'altro-da-sè gli attribuisce.
Dall'altra parte troviamo l'approccio personalista di Lacroix per il quale il soggetto è persona in quanto dotato di progettualità e il cui agire esige la fede.
Non in mezzo ma oltre queste due visioni situo la mia proposta secondo la quale il soggetto deve sapersi liberare dalla sua fenomenicità per riqualificarsi come progettualità.
La liberazione dalla fenomenicità non avviene, però, sfuggendola ma, al contrario, riconquistandola in quanto tale.
Confrontandosi, in altri termini, con l'altro-da-sè senza perdersi nell'altro-da-sè e considerando ciò che del sè è altro-da-sè.
Solo il confronto consente, a mio parere, la ricostruzione (o costruzione) progettuale, riportando il soggetto alla soggettività e difendendolo da una oggettività invasiva e invadente.
Riportandolo alla condizione di un io che si afferma come sè.
In questo percorso non si può sfuggire al rischio dell'insuccesso che perde la sua valenza rischiosa e angosciante per diventare un'opportunità.
Una sorta di specchio, di bocca della verità, di alter ego critico.
L'insuccesso è proprio dell'uomo autentico, della persona che
indica ognuno di noi come essere multiplo, intessuto di molteplicità e che accetta il fatto di non conoscere i propri limiti e la propria molteplicità.
Uomo autentico che giustifica la consapevolezza della propria continua evoluzione.
Ma non c'è consapevolezza senza critica e, in positivo, c'è consapevolezza laddove c'è sincerità.
Dove c'è consapevolezza e sincerità c'è autenticità che, in quanto caratteristica esistenziale determinantesi dall'agire dei due primi elementi, si esperisce nel movimento di presa di coscienza di sè come slancio.
L'insuccesso, dunque, lo interpreto come riscontro alla sincerità; come accadimento dell'agire legato alla capacità di affrontare.
È questa la problematica esistenziale fondamentale per l'uomo contemporaneo privato degli strumenti per affrontare una vita autentica.
Privato, cioè, della sincerità e della consapevolezza.
Per Lacroix, l'insuccesso è una sorta di non-essere all'interno del volere.
Attraverso l'insuccesso si può giungere alla (o ci si può porre nel cammino verso la) verità come identità di intenzione e atto, di idea ed esistenza.
Lacroix interpreta la tematica dell'insuccesso secondo la doppia chiave di lettura psicologica e filosofica. Se volessimo schematizzare questi percorsi, potremmo dire che, dal punto di vista psicologico, l'insuccesso è al centro dell'esistenza e predispone alla consapevolezza della continua evoluzione della persona che vuole giungere alla sincerità come identità di essere e sembrare.
Dal punto di vista filosofico, l'insuccesso è al centro della riflessione che si esprime in una filosofia dei limiti, in un continuo sforzo di conoscenza che porta alla verità come identità di intenzione e atto.
L'insuccesso è obiezione radicale a ogni filosofia concepita come sapere assoluto; è filosofia dei limiti.
La filosofia, quindi, come filosofia della verità, si esprime nella definizione dei gradi del reale e nella distinzione/separazione tra pseudo-reale e reale autentico.
Come condizione di sviluppo verso l'autenticità.
Ma se l'insuccesso è proprio dell'uomo autentico e, in quanto obiezione radicale a ogni filosofia come sapere assoluto, è condizione di consapevolezza, allora il dubbio è il motore che spinge l'obiezione radicale.
Il dubbio è lo sforzo di separare il giudizio dal suo contenuto, il soggetto dall'oggetto, in maniera tale che il soggetto possa distinguersi dall'oggetto invece di aderirgli e fare tutt'uno con esso.
Il dubbio, come separazione di soggetto e oggetto, determina la coscienza del proprio esistere.
Prima del dubitare si vive nel campo delle apparenze, della vertigine, della malafede.
La domanda, a questo punto, è se una visione fenomenologica dell'esistente possa avere anche minimamente a che fare col dubbio.
O se, al contrario, il dubbio sia condizione e carattere primario dell'essere progettuale, della persona.
Persona che, nel qualificare se stessa, prende atto della coscienza, della consapevolezza come percorso e condizione di autenticità.
Al contrario dell'abbandono che, come inconsapevole altro-da-sè, si caratterizza come malafede e volontà di oblio.
L'inconscio è un po' come l'ideologia intesa come rifiuto della coscienza, la quale si può sviluppare solo attraverso la conoscenza.
Una forma particolare di conoscenza: la riflessione progressivamente intuitiva.
Dice Romano Màdera in "Che cos'è l'analisi biografica a orientamento filosofico?",
quanto più si fa petulante l'ideologia collettiva che richiede rischio, mobilità e tragicomiche rivoluzioni permanenti della personalità, tanto più tutti sprofondano in una impotenza ansiogena.
Se, quindi, l'insuccesso è una costante e fondamentale presenza nell'esistente come progetto, lo scacco è quello stato di impotenza ansiogena che invade l'esistente come fenomeno.
In questo senso, l'analisi dell'inconscio, volendo guarire il disagio, opera sul fenomeno, sul sintomo, senza comprendere (o senza voler comprendere) la ragione fondante del disagio ma restando, al contrario, legata alla ragione scatenante.
Chiudo queste riflessioni ancora con Màdera:
Bisognerà saper essere nel mondo senza appartenere a questo mondo. Una filosofia seria dovrebbe avere queste caratteristiche nel suo codice genetico e dovrebbe resistere alla modificazione funzionale del suo codice genetico.
13 dicembre 2006
Esistenza possibile.

"Per l'essere-se-stesso, manifestarsi significa cogliere e superare il semplice reale nel senso empirico, in favore di una Esistenza possibile" (Karl Jaspers La mia filosofia).
Nel manifestarmi io mi perdo come esserci empirico per conquistarmi come Esistenza possibile.
Nel chiudermi in me stesso mi conservo come esserci empirico ma devo fatalmente perdermi come Esistenza possibile.
05 dicembre 2006
L'enigma del solitario.
Dieci anni fa veniva pubblicato in Italia, per la prima volta, L'enigma del solitario. Romanzo filosofico di Jostein Gaarder autore de Il mondo di Sofia.
Voglio solo riportare l'ultimissimo capoverso dell'Enigma per ricordare il nostro grande tema.
Il tempo ci rende adulti. E il tempo fa sì che antichi templi crollino e che isole ancora più antiche sprofondino nel mare.
C'era davvero un libro nel più grosso dei quattro panini che il panettiere di Dorf mi aveva messo nel sacchetto? Non c'è domanda che rivolga a me stesso con maggiore frequenza. Analogamente a Socrate, potrei dire: "Una sola cosa so: ed è di non sapere nulla".
Ma qualcosa, dentro di me, sa che c'è ancora un Jolly in giro per il mondo. Sarà lui a far sì che il mondo non si addormenti. In qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, potrebbe spuntare un minuscolo giullare coperto di campanelli. E allora, guardandoci dritto negli occhi ci ripeterà le domande: "Chi siamo noi? Da dove veniamo?".
Sapremo noi essere sempre dei minuscoli giullari?
Voglio solo riportare l'ultimissimo capoverso dell'Enigma per ricordare il nostro grande tema.
Il tempo ci rende adulti. E il tempo fa sì che antichi templi crollino e che isole ancora più antiche sprofondino nel mare.
C'era davvero un libro nel più grosso dei quattro panini che il panettiere di Dorf mi aveva messo nel sacchetto? Non c'è domanda che rivolga a me stesso con maggiore frequenza. Analogamente a Socrate, potrei dire: "Una sola cosa so: ed è di non sapere nulla".
Ma qualcosa, dentro di me, sa che c'è ancora un Jolly in giro per il mondo. Sarà lui a far sì che il mondo non si addormenti. In qualsiasi momento, in qualsiasi luogo, potrebbe spuntare un minuscolo giullare coperto di campanelli. E allora, guardandoci dritto negli occhi ci ripeterà le domande: "Chi siamo noi? Da dove veniamo?".
Sapremo noi essere sempre dei minuscoli giullari?
07 novembre 2006
Uno spazio logico di interlocuzione per il dialogo filosofico.
Si tratta di quello spazio interlocutorio comune individuato da Francis Jacques e con il quale dichiara superata, nel processo comunicativo relazionale, ogni lettura atomistica del processo stesso.
Non più una interazione comunicativa come azione (reazione) che passa da un soggetto all'altro. Esiste un sistema di ordine superiore (definito Sigma R) rispetto alla coppia di soggetti in relazione (S1 e S2) per cui il messaggio per il ricevente è contemporaneamente un messaggio per l'emittente.
"Mi dico ciò che ti dico": non si significa senza comprendere.
Si viene in questo modo a stabilire una sorta di spirale comunicativa che è il risultato dell'effetto di perturbazione che avviene quando il soggetto emittente (S1) emette un messaggio di cui il soggetto ricevente (S2) dovrà compensare per ristabilire l'equilibrio.
Si tratta, qui, di una compensazione parziale poichè il soggetto emittente (S1) dovrà comportarsi allo stesso modo nei confronti di ciò che emette il soggetto prima ricevente (S2).
Il soggetto si rende visibile a se stesso nell'allocuzione al tu ed è proprio nello scambio che gli interlocutori si riconoscono in un rapporto di reciprocità.
Questa visione della dinamica relazionale interlocutoria, acquisisce una prospettiva etica attraverso un vero e proprio atto di responsabilità intersoggettiva.
Siamo nell'ambito di un'attività congiunta finalizzata alla costruzione di mondi possibili. Non più nella trasmissione di mondi diversi che devono trovare una mediazione di tipo comunicativo.
Siamo, quindi, nel punto focale del rapporto dialogico della comunicazione interpersonale. Un punto su cui vale la pena concentrarsi, a mio parere, in quanto - forse - qui sta la forza relazionale propria della consulenza filosofica.
(Cfr. sullo spazio interlocutorio comune: Carlo Galimberti From communication to conversation in Ricerche di Psicologia, Milano 1994)
Non più una interazione comunicativa come azione (reazione) che passa da un soggetto all'altro. Esiste un sistema di ordine superiore (definito Sigma R) rispetto alla coppia di soggetti in relazione (S1 e S2) per cui il messaggio per il ricevente è contemporaneamente un messaggio per l'emittente.
"Mi dico ciò che ti dico": non si significa senza comprendere.
Si viene in questo modo a stabilire una sorta di spirale comunicativa che è il risultato dell'effetto di perturbazione che avviene quando il soggetto emittente (S1) emette un messaggio di cui il soggetto ricevente (S2) dovrà compensare per ristabilire l'equilibrio.
Si tratta, qui, di una compensazione parziale poichè il soggetto emittente (S1) dovrà comportarsi allo stesso modo nei confronti di ciò che emette il soggetto prima ricevente (S2).
Il soggetto si rende visibile a se stesso nell'allocuzione al tu ed è proprio nello scambio che gli interlocutori si riconoscono in un rapporto di reciprocità.
Questa visione della dinamica relazionale interlocutoria, acquisisce una prospettiva etica attraverso un vero e proprio atto di responsabilità intersoggettiva.
Siamo nell'ambito di un'attività congiunta finalizzata alla costruzione di mondi possibili. Non più nella trasmissione di mondi diversi che devono trovare una mediazione di tipo comunicativo.
Siamo, quindi, nel punto focale del rapporto dialogico della comunicazione interpersonale. Un punto su cui vale la pena concentrarsi, a mio parere, in quanto - forse - qui sta la forza relazionale propria della consulenza filosofica.
(Cfr. sullo spazio interlocutorio comune: Carlo Galimberti From communication to conversation in Ricerche di Psicologia, Milano 1994)
04 novembre 2006
Nulla è statico. Meno che mai il dialogo.
"Quando mi dici qualcosa, io verifico di aver compreso il tuo messaggio ripetendolo con parole mie, perchè se lo ripetessi con le tue parole tu potresti dubitare che io abbia capito. Ma se uso le mie parole il risultato è che cambio il tuo significato, anche se solo di un poco... La conversazione è come giocare a tennis con una palla fatta di gomma semiliquida, che ha una forma diversa ogni volta che attraversa la rete...".
David LODGE Small World
David LODGE Small World
25 ottobre 2006
La filosofia come terapia per la mente. Da: Lino Missio "Io preda del mio sosia" 2005
"Oggi più che nel passato si tende a “patologizzare” ogni forma di comportamento umano che risulti al di fuori dei canoni previsti. Questo atteggiamento ha portato ad una catalogazione di nuove forme patologiche della mente. Le stesse attività svolte dallo psicologo e dallo psichiatra spingono a scorgere segnali di natura psicopatologica in tutti gli atteggiamenti umani.
Questo accade proprio perché è la stessa veste clinica che porta a conclusioni “medicalizzate”.
L’eccessiva osservazione clinica, dunque, ha portato a trascurare la cultura, i costumi, le credenze e i desideri dell’uomo, studiandone il comportamento in termini matematici. Questo atteggiamento scaturisce da una convinzione, del tutto infondata, comune a molti scienziati: quella che le scienze fisiche e matematiche, come hanno avuto successo con lo studio dei fenomeni naturali, possano fare altrettanto con lo studio della psicologia umana.
Il comportamento umano è il risultato di complesse interazioni fra geni, ambiente e cultura, ed è improbabile che la fisica e la matematica possano prevederne e controllarne i cambiamenti.
Utilizzare la filosofia come metodo per la risoluzione dei problemi significa, dunque, considerare sacrosanta la libertà di pensiero e di azione dell’uomo. In questo senso, con la filosofia, si apre uno spiraglio verso la libertà di scelta dell’essere umano. Non tutti i filosofi, però, sono d’accordo sull’utilizzo delle conoscenze filosofiche come rimedio per la soluzione dei disagi dell’uomo. La maggior parte di loro, infatti, crede che la filosofia sia una disciplina esclusivamente accademica e riservata a pochi eletti. È proprio questo pensiero che ha portato le scienze filosofiche a non avere una “vendibilità” in campo lavorativo, al contrario di quello che è accaduto per le scienze mediche, biologiche e fisiche che, soprattutto in questi ultimi cento anni di storia, si sono guadagnate una posizione solida nella nostra realtà lavorativa.
Far accettare la tesi che la filosofia sia importante per la risoluzione dei problemi non è comunque facile. Nei prossimi anni, con gli approfondimenti e i risultati di nuove ricerche nel campo della filosofia, quella pratica, si assisterà ad un radicale cambiamento nel settore della salute mentale, dove quest’affascinante disciplina avrà un suo ampio margine di lavoro. È su queste premesse che molti filosofi oggi portano avanti la consulenza filosofica".
Questo accade proprio perché è la stessa veste clinica che porta a conclusioni “medicalizzate”.
L’eccessiva osservazione clinica, dunque, ha portato a trascurare la cultura, i costumi, le credenze e i desideri dell’uomo, studiandone il comportamento in termini matematici. Questo atteggiamento scaturisce da una convinzione, del tutto infondata, comune a molti scienziati: quella che le scienze fisiche e matematiche, come hanno avuto successo con lo studio dei fenomeni naturali, possano fare altrettanto con lo studio della psicologia umana.
Il comportamento umano è il risultato di complesse interazioni fra geni, ambiente e cultura, ed è improbabile che la fisica e la matematica possano prevederne e controllarne i cambiamenti.
Utilizzare la filosofia come metodo per la risoluzione dei problemi significa, dunque, considerare sacrosanta la libertà di pensiero e di azione dell’uomo. In questo senso, con la filosofia, si apre uno spiraglio verso la libertà di scelta dell’essere umano. Non tutti i filosofi, però, sono d’accordo sull’utilizzo delle conoscenze filosofiche come rimedio per la soluzione dei disagi dell’uomo. La maggior parte di loro, infatti, crede che la filosofia sia una disciplina esclusivamente accademica e riservata a pochi eletti. È proprio questo pensiero che ha portato le scienze filosofiche a non avere una “vendibilità” in campo lavorativo, al contrario di quello che è accaduto per le scienze mediche, biologiche e fisiche che, soprattutto in questi ultimi cento anni di storia, si sono guadagnate una posizione solida nella nostra realtà lavorativa.
Far accettare la tesi che la filosofia sia importante per la risoluzione dei problemi non è comunque facile. Nei prossimi anni, con gli approfondimenti e i risultati di nuove ricerche nel campo della filosofia, quella pratica, si assisterà ad un radicale cambiamento nel settore della salute mentale, dove quest’affascinante disciplina avrà un suo ampio margine di lavoro. È su queste premesse che molti filosofi oggi portano avanti la consulenza filosofica".
01 settembre 2006
Emersione dall'immanenza.
Nel suo interessante testo Teoria e pratica della consulenza filosofica Peter B. Raabe individua, tra le fasi della pratica, quella che definisce "del trascendimento".
Si tratta di quella fase in cui, dopo aver sviluppato l'anagrafica e aver cercato di intervenire sui problemi più immediati del consultante, il filosofo opera per aiutare lo stesso consultante a separare i leit-motiv emersi dal dialogo dall'immanenza della vita, al fine di considerarli come elementi "altri", riqualificandoli e rivitalizzandoli.
Volendo considerare l'esistente non solo dal suo essere-nel-mondo ma anche nel suo progettare il proprio essere-nel-mondo, ecco che il percorso della consulenza filosofica potrebbe essere quello di portare o ri-portare l'individuo (il consultante) alla sua condizione di persona come essere progettuale, facendolo emergere dall'immanenza (cfr. de Bouvoir), dal flusso irriflessivo della vita umana in cui non si opera la libera scelta per intraprendere progetti (cfr. Grovier), dallo scacco (cfr. Sartre), dall'illusione dell'illimitato esistenziale (cfr. Lacroix).
In sintesi, da quello stato compresso dell'essere nel quale l'esistente è così assorbito nel mondo da rendere quest'ultimo tanto ovvio quanto inosservato nel corso delle attività della propria vita (cfr. Heidegger).
Si tratta di quella fase in cui, dopo aver sviluppato l'anagrafica e aver cercato di intervenire sui problemi più immediati del consultante, il filosofo opera per aiutare lo stesso consultante a separare i leit-motiv emersi dal dialogo dall'immanenza della vita, al fine di considerarli come elementi "altri", riqualificandoli e rivitalizzandoli.
Volendo considerare l'esistente non solo dal suo essere-nel-mondo ma anche nel suo progettare il proprio essere-nel-mondo, ecco che il percorso della consulenza filosofica potrebbe essere quello di portare o ri-portare l'individuo (il consultante) alla sua condizione di persona come essere progettuale, facendolo emergere dall'immanenza (cfr. de Bouvoir), dal flusso irriflessivo della vita umana in cui non si opera la libera scelta per intraprendere progetti (cfr. Grovier), dallo scacco (cfr. Sartre), dall'illusione dell'illimitato esistenziale (cfr. Lacroix).
In sintesi, da quello stato compresso dell'essere nel quale l'esistente è così assorbito nel mondo da rendere quest'ultimo tanto ovvio quanto inosservato nel corso delle attività della propria vita (cfr. Heidegger).
31 luglio 2006
La ragione rivoluzionaria.
Sull'ultimo numero di RESET troviamo un interessante saggio di Ermanno Bencivenga su Anselmo d'Aosta nel quale, partendo dal "credo ut intelligam", il filosofo centra l'attenzione sulla rivoluzionarietà della ragione.
Il procedere logico della ragione è un'operazione rivoluzionaria.
Il "credo ut intelligam" di Anselmo si riflette nella logica kantiana del ricercare la possibilità di ciò che sentiamo, di ciò che pratichiamo.
La logica ha una sua anima sovversiva in quanto, volendo stabilire un'argomentazione logica perfettamente cogente, ci si interroga su tutti i possibili errori che sono celati dietro ogni possibile passo.
Tale operazione, secondo Bencivenga, è quella che fanno i bambini che - con spirito insieme logico e filosofico - trovano il punto debole delle argomentazioni che vengono loro proposte fino a che l'adulto non si stanca e chiude il discorso dicendo "così è, e basta!".
Nell'epoca contemporanea, in cui i sistemi di conoscenza e di informazione sociale si comportano come adulti stanchi, l'essere umano deve tornare a comportarsi come un bambino che cerca i punti deboli di quanto trova di fronte a sè e di quanto sta dentro di sè.
Solo così, decostruendo secondo ragione, l'essere umano può riposizionarsi (o posizionarsi) attivamente nel mondo.
Il procedere logico della ragione è un'operazione rivoluzionaria.
Il "credo ut intelligam" di Anselmo si riflette nella logica kantiana del ricercare la possibilità di ciò che sentiamo, di ciò che pratichiamo.
La logica ha una sua anima sovversiva in quanto, volendo stabilire un'argomentazione logica perfettamente cogente, ci si interroga su tutti i possibili errori che sono celati dietro ogni possibile passo.
Tale operazione, secondo Bencivenga, è quella che fanno i bambini che - con spirito insieme logico e filosofico - trovano il punto debole delle argomentazioni che vengono loro proposte fino a che l'adulto non si stanca e chiude il discorso dicendo "così è, e basta!".
Nell'epoca contemporanea, in cui i sistemi di conoscenza e di informazione sociale si comportano come adulti stanchi, l'essere umano deve tornare a comportarsi come un bambino che cerca i punti deboli di quanto trova di fronte a sè e di quanto sta dentro di sè.
Solo così, decostruendo secondo ragione, l'essere umano può riposizionarsi (o posizionarsi) attivamente nel mondo.
22 febbraio 2006
Avere una concezione del mondo?
Uno dei temi importanti della pratica filosofica è consentire la rielaborazione della propria concezione del mondo.
Già...
Ma a ben pensarci, taluni gruppi di persone sembrano non essersi mai costruiti una loro concezione del mondo. Per costoro è, dunque, difficile "rielaborarla".
Questi individui, questi gruppi, non hanno mai affrontato il problema della conoscenza della realtà in cui vivono, non si sono mai posti le domande fondamentali dell'uomo.
Si limitano - invece - a cercare informazioni su ambiti parziali della realtà e dell'esistenza.
Non affrontano il percorso (duro ma essenziale) di ricerca - selezione - riflessione - organizzazione - costruzione.
Si limitano al "rinvenimento".
Già...
Ma a ben pensarci, taluni gruppi di persone sembrano non essersi mai costruiti una loro concezione del mondo. Per costoro è, dunque, difficile "rielaborarla".
Questi individui, questi gruppi, non hanno mai affrontato il problema della conoscenza della realtà in cui vivono, non si sono mai posti le domande fondamentali dell'uomo.
Si limitano - invece - a cercare informazioni su ambiti parziali della realtà e dell'esistenza.
Non affrontano il percorso (duro ma essenziale) di ricerca - selezione - riflessione - organizzazione - costruzione.
Si limitano al "rinvenimento".
25 novembre 2005
Filosofare intorno all'uomo.
Oggi occorre avere il coraggio di ritornare ai principi.
Occorre ripartire dalla domanda principale dedicata al rapporto dell'uomo con il mondo, con la realtà.
Il rapporto del sè con l'altro. La relazione tra l'in-sè e il fuori-di-sè.
Occorre riproporre la domanda su come l'uomo possa relazionarsi con la realtà e, quindi, relazionarsi con se stesso in quanto parte della realtà.
Come può l'uomo relazionarsi con il mondo? Cosa sovrintende a tale sua relazionalità?
Che cosa entra in gioco nelle fasi primarie, fisiche, del rapporto col mondo? E cosa nelle fasi secondarie, culturali?
Occorre ripartire dall'origine immanente. Cioè dal cervello e dalla mente. Organo, l'uno, e struttura, l'altra, che determinano il rapporto primario e secondario con il mondo.
Occorre ripartire dalla domanda principale dedicata al rapporto dell'uomo con il mondo, con la realtà.
Il rapporto del sè con l'altro. La relazione tra l'in-sè e il fuori-di-sè.
Occorre riproporre la domanda su come l'uomo possa relazionarsi con la realtà e, quindi, relazionarsi con se stesso in quanto parte della realtà.
Come può l'uomo relazionarsi con il mondo? Cosa sovrintende a tale sua relazionalità?
Che cosa entra in gioco nelle fasi primarie, fisiche, del rapporto col mondo? E cosa nelle fasi secondarie, culturali?
Occorre ripartire dall'origine immanente. Cioè dal cervello e dalla mente. Organo, l'uno, e struttura, l'altra, che determinano il rapporto primario e secondario con il mondo.
17 novembre 2005
L'individuo in-sè e per-sè.
Adler attribuì la nevrosi alla volontà di potenza inespressa. Freud alla libido sessuale repressa. Jung alla non raggiunta armonia dell'ego e dell'inconscio nel sè.
L'analisi della nevrosi realizzata dai tre funziona solo fino a quando il mondo, come informazione e comunicazione, resta fermo. Se resta fermo il mondo, allora anche l'individuo è statico in se stesso.
E' necessario, oggi, analizzare l'individuo nel suo incostante ma, comunque, sempre più veloce movimento all'interno di un mondo in continua trasformazione, a una velocità sempre crescente.
L'individuo, che è destinato a vivere-nel-mondo, ha la necessità di possedere gli strumenti mentali, culturali e tecnici per muoversi alla stessa velocità del mondo, nel mondo stesso.
La mancanza di ciò determina il rischio di espulsione.
L'analisi delle nevrosi nel mondo contemporaneo deve, per forza, tener conto di questo fatto nuovo.
I cambiamenti riguardano il sistema di informazione, le regole e le tecniche della comunicazione, la trasformazione del sistema di produzione, la creazione di un nuovo status sociale all'interno del quale essere-per-esistere nel mondo.
Tutto parte dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, si sviluppa nei primi anni Ottanta ed esplode negli ultimi vent'anni.
Il disagio odierno genera nevrosi che si esprimono con la necessità e con la minore, o maggiore, capacità di essere qui e ora; nel rapporto tra Sein e Dasein in un tempo non più scandito dai giorni ma dalla quantità di informazione che produce cambiamento generale.
E' proprio la necessità di sopravvivere che, oggi, provoca nevrosi.
Il rischio è quello di voler continuare ad analizzare l'individuo in-sè, sperando di risolvergli i problemi.
Egli deve anche, e soprattutto, essere analizzato per-sè, cioè nella sua qualità sociale.
L'individuo, oggi, non può che essere in-sè e per-sè.
L'analisi della nevrosi realizzata dai tre funziona solo fino a quando il mondo, come informazione e comunicazione, resta fermo. Se resta fermo il mondo, allora anche l'individuo è statico in se stesso.
E' necessario, oggi, analizzare l'individuo nel suo incostante ma, comunque, sempre più veloce movimento all'interno di un mondo in continua trasformazione, a una velocità sempre crescente.
L'individuo, che è destinato a vivere-nel-mondo, ha la necessità di possedere gli strumenti mentali, culturali e tecnici per muoversi alla stessa velocità del mondo, nel mondo stesso.
La mancanza di ciò determina il rischio di espulsione.
L'analisi delle nevrosi nel mondo contemporaneo deve, per forza, tener conto di questo fatto nuovo.
I cambiamenti riguardano il sistema di informazione, le regole e le tecniche della comunicazione, la trasformazione del sistema di produzione, la creazione di un nuovo status sociale all'interno del quale essere-per-esistere nel mondo.
Tutto parte dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, si sviluppa nei primi anni Ottanta ed esplode negli ultimi vent'anni.
Il disagio odierno genera nevrosi che si esprimono con la necessità e con la minore, o maggiore, capacità di essere qui e ora; nel rapporto tra Sein e Dasein in un tempo non più scandito dai giorni ma dalla quantità di informazione che produce cambiamento generale.
E' proprio la necessità di sopravvivere che, oggi, provoca nevrosi.
Il rischio è quello di voler continuare ad analizzare l'individuo in-sè, sperando di risolvergli i problemi.
Egli deve anche, e soprattutto, essere analizzato per-sè, cioè nella sua qualità sociale.
L'individuo, oggi, non può che essere in-sè e per-sè.
Lettera sull'Umanismo (M. Heidegger)
"Ma l'essenza dell'uomo consiste nel fatto che egli è qualcosa di più che un semplice uomo inteso come essere vivente fornito di ragione. Il "più" non deve essere qui pensato nel senso di un'aggiunta quantitativa, come se la tradizionale definizione dell'uomo dovesse restare la determinazione fondamentale, e subire quindi un ampliamento mediante l'aggiunta della nozione di esistenza. Il "più" significa: più originario e quindi più essenziale nella sua essenza. Ma proprio qui compare l'enigma; l'uomo è nell'essere-gettato; cioè l'uomo come risposta ek-sistente all'essere è più che l'animal rationale, proprio in quanto è meno rispetto all'uomo che si concepisce, a partire dalla soggettività. L'uomo non è il signore dell'essente. L'uomo è il pastore dell'Essere. In questo "meno" l'uomo non ci rimette nulla, anzi ci guadagna, in quanto perviene nella verità dell'Essere. Guadagna l'essenziale povertà del pastore, la cui dignità consiste nell'essere chiamato dallo stesso Essere a guardia della sua verità. Questa chiamata viene con il gettare da cui si origina l'essere-gettato dell'Esserci. L'uomo nella sua essenza storico-ontologica è quell'essente, il cui essere in quanto ek-sistenza consiste nell'abitare nella vicinanza dell'Essere. L'uomo è il vicino dell'essere. Ma - mi vorrete obiettare già da tempo - tale pensiero non pensa appunto l'humanitas dell'homo humanus? Non pensa questa humanitas in un significato così decisivo, come nessuna metafisica ha pensato e mai poteva pensare? Non è esso umanismo nel senso più radicale? Certo. Esso è l'umanismo che pensa l'umanità dell'uomo a partire dalla prossimità dell'Essere. Ma è nello stesso tempo l' "umanismo" in cui è in gioco non l'uomo, ma l'essenza storica dell'uomo nella sua provenienza dalla verità dell'Essere".
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